Sep 14, 2007

La visione dello stato nei regimi comunisti

Le società a regime comunista, con forse la sola eccezione della Jugoslavia dagli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘90, non ricadono nella definizione di John Rawls di “società a democrazia costituzionale ragionevolmente giusta”, in quanto non ne presentano alcune delle condizioni necessarie.
La concezione politica della giustizia è viziata dalla priorità assegnata alle pretese del bene generale sulle libertà fondamentali dell’individuo; la sfera politica viene determinata da una dottrina comprensiva e quindi da idee morali non disponibili al singolo cittadino; la concezione politica esclude a priori la tolleranza, attraverso l’uso di una struttura monopartitica. Le condizioni che invece possono essere generalmente ritrovate nella struttura delle società comuniste sono la praticabilità ed applicabilità dei principi giuridici agli ordinamenti politici e sociali, il processo di acquisizione del senso di giustizia attraverso la vita sociale (in questo caso dobbiamo però notare come il pluralismo nelle istituzioni sia da intendersi sempre all’interno di un’unica e centralizzata sttruttura di potere, ovvero il partito), e l’esistenza di una condivisa concezione politica della giustizia.

Una delle caratteristiche comuni agli stati comunisti è la presenza di una propaganda a tema politico e sociale con il compito di fornire un’immagine ideale dello sttato sia verso l’interno sia all esterno di esso. Questo compito comprende una funzione di educazione alla politica, in regimi retti da una struttura creata secondo una dottrina a priori, che quindi abbisogna di essere conosciuta, accettata e seguita dall’intera popolazione. Gli strumenti della propaganda includono certamente la manipolazione della realtà, ottenuta sia attraverso uno stretto controllo dell’informazione sia attraverso l’uso di slogan ed immagini capaci di modellare la visione politica e sociale degli individui.
In questo post voglio analizzare la struttura e la morale delle società create dalle macchine propagandistiche in tre dei paesi dove questo fenomeno ha avuto maggior ripercussione, l’Unione Sovietica, la Cina maoista e la Corea del Nord, ovvero quali criteri di giustizia sociale e politica vengono seguiti nella creazione di una società ideale.

L’UNIONE SOVIETICA
L’ufficio in carica della propaganda in URSS era l’Agitprop, istituito immediatamente dopo la rivoluzione d’ottobre. Già durante la guerra civile seguita alla rivoluzione l’agitprop organizzava treni che percorrevano il paese portando in scena spettacoli teatrali a soggetto politico che illustravano alle masse illetterate la dottrina rivoluzionaria, il comunismo che Zinoviev battezzerà leninista dopo la morte del leader, e ne promettevano i vantaggi.
Il marxismo-leninismo basa la propria visione politica sul concetto di centralismo democratico, concetto che rimarrà caposaldo della politica sovietica fino alla disgregazione. Anche nella sua visione ideale questo intende un governo limitato al partito in carica, entro il quale i membri possono discutere democraticamente la via da seguire ma le cui decisioni sono incontrovertibili e debbono ricever supporto unanime. Partendo da questo punto, che la macchina propagandistica ha sempre sostenuto con estremo vigore, possiamo notare come la sfera politica rimanga la stessa nella società reale ed in quella idealizzata, fallendo quindi di soddisfare il criterio di indipendenza e pluralità ma rimanendo guidata da una dottrina comprensiva.
Per quel che riguarda l’amministrazione della giustizia, la propaganda di fatto rafforzava la priorità del bene comune rispetto ai diritti dell’individuo, anche se si sottolineavano con costanza i maggiori benefici di cui i cittadini avrebbero goduto in quanto partecipanti alla creazione di quel supremo bene comune rappresentato dal socialismo reale. Pur non soddisfando appieno il criterio secondo la teorizzazione di Rawls quindi, si potrebbe ciononostante accettare l’esperienza sovietica in questo ambito in quanto almeno nella sua versione ideale i diritti fondamentali degli individui sarebbero stati garantiti anche se in quanto parte del bene superiore da raggiungere come collettività.
Quello della tolleranza è però forse il crietrio che più diverge nella realtà e nella finzione propagandistica. Mentre il partito unico rimarrà una struttura gerarchica, poco dinamica, difficilmente permeabile dall’esterno, avvalendosi di sistemi coercitivi quali la famigerata polizia politica (KGB) e la repressione (gulag e pogrom) per mettere a tacere il dissenso e tutelare il proprio controllo assoluto sullo stato, l’immagine creata dalla macchina propagandistica cercherà di rafforzare la struttura gerarchica dal basso teorizzata da Lenin (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione) e basata sul concetto di democrazia diretta del proletariato organizzato su base locale in consigli (Soviet). E’ chiaro come la differenza sia centrale nella gestione effettiva del potere e nella possibilità di partecipazione ad esso da parte dei cittadini.

LA CINA MAOISTA
La Repubblica Popolare Cinese ha mantenuto la dottrina marxista-leninista maoista come principio guida dell’agire del partito comunista cinese dal 1949 fino alla fine della rivoluzione culturale e la morte di Mao, dopodichè questa è rimasta base teorica fondante del partito, ma è stata gradualmente sostituita nella pratica da una forma guidata di capitalismo.
La teoria si discosta dallo stalinismo sovietico in quanto assume che la rivoluzione debba cercare supporto nelle masse contadine precedentemente vittime di retaggi feudali, e che quindi necessiti per poter avere successo della guida del partito comunista, quale motore di quella che Mao chiama rivoluzione continua (Mao Zedong, Mao Zedong sixiang).
L’organo del partito destinato alla propaganda, il dipartimento centrale di partito per la comunicazione, aveva l’incarico di controllare e manipolare qualsiasi forma di comunicazione così che fosse in linea con le direttive del comitato centrale del partito, e quindi dello stesso Mao.
In questo quadro quindi l’esperienza cinese risulta ancora più estrema rispetto a quella sovietica anche sul piano ideale, in quanto la predominanza del bene comune sui diritti dell’individuo è tale che non si ritiene necessario creare delle strutture di rappresentanza diretta, benchè fittizie come nell’URSS. La RPC non utilizza elezioni come fonte di consenso, per quanto plebiscitario, nè tantomeno sostiene anche in teoria la possibilità di esistenza di dissenso o discussione all’interno della struttura di potere del partito, considerato guida infallibile ed imprescindibile del governo dello stato. Per questo neanche la propaganda fornisce una immagine del paese tale da poter soddisfare alcuno dei tre criteri comunemente diistattesi dalle società comuniste.

LA COREA DEL NORD
“Gli irredimibili erano tutti ergastolani, sapevano che non avrebbero più lasciato il campo. Non importa quanto i loro cuori avrebbero continuato a battere, o i loro polmoni a respirare, non avrebbero mai più vissuto come cittadini. I loro figli avrebbero sofferto lo stesso destino. Come la propaganda ufficiale non si stancava di ricordarci, era necessario dessiccare i semi della controrivoluzione, sradicarli, sterminarli fino all’ultimo. (Kang Chol-Hwan e Pierre Rigoulot, Les aquariums de Pyongyang)”
La Corea del Nord rappresenta un caso particolarmente interessante di uso della propaganda nnei paesi comunisti, in quanto l’azione idealizzante si dirige principalmente e con forza verso l’interno della società, per mantenerne il più assoluto controllo attraverso un filtro assoluto delle informazioni, indottrinamento politico e mortificazione dell’individuo in favore del gruppo.
Al contempo è però il paese comunista dove la propaganda differisce più radicalmente in ambito ideologico dalla realtà.
L’idea cardine del comunismo nordcoreano è la filosofia Juche (Kim Jong-il, On the Juche Idea, Definitive statement on Juche), elaborata dal leader del partito dei lavoratori Kim-Il-Sung, presidente dello stato fino alla morte nel 1994, e nata dalla necessità di mantenere una posizione di equidistanza e di indipendenza verso l’URSS e la Cina al momento dello strappo delle relazioni tra i due paesi. Le basi filosofiche dello Juche sono: l’indipendenza politica, economica e di pensiero del popolo; la necessità della politica di rispecchiare l’aspirazione ed i desideri delle masse e di coinvolgerle nella creazione della società; ma allo stesso tempo la creazione attraverso lo sforzo rivoluzionario di una società omogenea, dove la figura del leader sia assoluta e indiscussa.
E’ chiaro come ci si trovi di fronte ad una forte contraddizione, per risolvere la quale è necessario l’intervento sostanziale e pervasivo della propaganda di stato.
In questa realtà ideale, entro la quale i cittadini vengono cresciuti ed educati, Lo stato offre occasione di esprimere democraticamente la pluralità attraverso elezioni ed un parlamento multipartitico, un sistema giudiziario che si basa sui diritti dell’individuo (in quanto degno di possedere la propria indipendenza), sempre che questi non collidano con il bene superiore della società nella sua interezza, mentre i parametri che non vengono soddisfatti sono quello riguardane la tolleranza del sistema politico (ibidem), e contrariamente ad altri stati a regime comunista, l’inapplicabilità dei principi giuridici all’ordinamento politico, in quanto la struttura gerarchica del governo è per assunto indiscutibile.
In conclusione, possiamo vedere come lo sforzo di controllo dell’immagine e dell’informazione negli stati a regime comunista non sia teso ad allinearsi con un serie di valori condivisi da una società dei popoli, dei quali contraverrebbe comunque i principi, ma piuttosto a giustificare al proprio interno una condotta morale distinta da quella che Rawls definisce ragionevolmente giusta.

LINK: chi è John Rawls http://en.wikipedia.org/wiki/John_Rawls

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