12 settembre, un caccia israeliano entra in territorio siriano, sorvola l'intero ppaese fino al confine turco a nord, per poi rientrare in Israele.
I media di stato siriani danno l'annuncio-denuncia, e affermano di aver risposto con la contraerea.
Questo è tutto quello che è trapelato sull'incidente.
Ma un fatto del genere sarebbe più che sufficiente quanto meno per rivendicazioni e denunce al consiglio dell'ONU, probabilmente potrebbe creare almeno imbarazzo nel governo israeliano, se non addirittura giustificare una rappresaglia militare.
Come mai quindi nell'infuocato clima di tensione in medio oriente il tutto è stato tenuto sotto silenzio?
Israele ha il vantaggio sui vicini di essere uno stato democratico, con una pluralità di correnti interne tutte capaci di far sentire la propria opinione e con le proprie fonti di notizie riservate: molto raramente si è assistito ad un'operazione militare non seguita da fuga di notizie e particolari sulle cause e sulle conseguenze del gesto. Ma in questo caso nulla è trapelato.
Vi è un terzo attore nella vicenda: il regime comunist della Corea del Nord ha in Siria tecnici militari che stanno aiutando il paese arabo a sviluppare una tecnologia missilistica all'avanguardia.
Il tempismo dell'evento può far supporre alcune interpretazioni: sta per aprirsi il secondo round di colloqui tra il gruppo di contatto ed il regime di Pyongyang sullo smantellamento dell'arsenale nucleare del paese.
Ora, la Corea è un paese impoverito, alla disperata ricerca di sorgenti di valuta forte per pagare i propri conti, tanto da bluffare al rialzo sul proprio potenziale nucleare, in modo da creare una tensione tale da permettergli di guadagnare un potere maggiore nelle trattative di scambio: più aiuti in cambio dello smantellamento di un parco nucleare dall'efficacia quanomeno dubbia.
Costruire un'infrastruttura nucleare non è certo economico, soprattutto per uno stato ridotto alla soglia della bancarotta. Il valore del materiale nucleare e della tecnologia ad esso collegata è ancora alto, e Pyongyang deve trovare il modo di massimizzare i guadagni, rivendendo quanto più possibile del materiale acquistato a suo tempo dal Pakistan.
E qui potrebbe entrare la Siria, interessata a sviluppare in segreto, coperta dal rumore proveniente dal vicino Iran, una tecnologia militare nucleare.
Se così fosse, come credono diversi analisti, si tratterebbe del primo caso accertato di rilocazione su scala globale di materiale bellico nucleare in segreto, cioè quello che gli USA hanno sempre dichiarato essere il maggior rischio della globalizzazione delle reti terroristiche.
Ed il silenzio che sia il Mossad sia la CIA sono riusciti a imporre alla questione sembra avvalorare ulteriormente la tesi: il rischio è troppo alto e reale (al contrario del caso iraniano), per cui bisogna agire per neutralizzare la minaccia per vie informali, bypassando le sabbie mobili del consiglio di sicurezza dell'ONU. Forse il silenzio da entrambe le parti, unito alla mancata comunicazione da parte siriana dell'abbattimento del caccia israeliano, potrebbe far credere ad un esito almeno parzialmente positivo dell'operazione.
O forse, considerando la poca oculatezza nella scelta della locazione che dimostrerebbe la Siria piazzando un impianto nucleare al confine turco, l'obiettivo colpito porebbe essere stato qualcosa di meno evidente e più mobile, come un deposito dove veniva stivata parte di un potenziale ordigno, pronto a passare rapidamente la frontiera.
LINK (dalla BBC in inglese):
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/7000717.stm
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/6982331.stm
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/6981674.stm
Sep 28, 2007
Lacrime amare
E' arrivata l'attesa repressione.
Disarmati monaci e comuni cittadini di uno degli stati più poveri dell'Asia sono stati picchiati e arrestati mentre chiedevano al tiranno di dargli la possibilità di continuare a vivere seppur negli stenti e nelle difficolta.
Quella in Birmania non è una protesta ideologica: non sono i Khmer rouge o i maoisti nepalesi che stanno cercando di opporsi ad un governo aguzzino nel nome di astratti ideali, ma comuni cittadini, impegnati con tutte le proprie forze nella lotta per la quotidiana sopravvivenza.
Quello che chiedono è che il prezzo della benzina possa tornare nella norma, così che la maggior parte della popolazione possa tornare a permettersi una corsa in autobus.
Il sangue sparso sull'asfalto delle strade di Rangoon è la vittoria della crudeltà umana, senza maschere ideologiche che possano ipnotizzare l'osservatore distratto.
Disarmati monaci e comuni cittadini di uno degli stati più poveri dell'Asia sono stati picchiati e arrestati mentre chiedevano al tiranno di dargli la possibilità di continuare a vivere seppur negli stenti e nelle difficolta.
Quella in Birmania non è una protesta ideologica: non sono i Khmer rouge o i maoisti nepalesi che stanno cercando di opporsi ad un governo aguzzino nel nome di astratti ideali, ma comuni cittadini, impegnati con tutte le proprie forze nella lotta per la quotidiana sopravvivenza.
Quello che chiedono è che il prezzo della benzina possa tornare nella norma, così che la maggior parte della popolazione possa tornare a permettersi una corsa in autobus.
Il sangue sparso sull'asfalto delle strade di Rangoon è la vittoria della crudeltà umana, senza maschere ideologiche che possano ipnotizzare l'osservatore distratto.
Sep 27, 2007
Sep 26, 2007
Calendario 2008

E' disponibile il mio nuovo calendario per il 2008, "Frammenti d'Asia": potete ordinarlo qui: http://stores.lulu.com/giuseppecipriani
It's now available my new 2008 calendar, "Frammenti d'Asia" (fragments of Asia): you can order it here: http://stores.lulu.com/giuseppecipriani
Sep 25, 2007
Birmania: la voce dei poveri contro l'oppressione



Quello che sta succedendo di questi giorni in Birmania è una rivoluzione in fieri, ed ha la massima importanza poichè riguarda uno dei regimi più repressivi e crudeli al mondo. I monaci buddhisti, somma autorità morale del paese, hanno deciso di reagire allo schiacciante totalitarismo e privazione dei diritti umani da parte della giunta militare golpista al governo da 45 anni.
Come ha magnificamente descritto Ryszard Kapuscinski nel suo Shah-in-Shah (sulla rivoluzione del 79 in Iran), la popolazione si abitua alle sofferenze ed alla repressione, e regagisce con proteste più o meno convinte ad ogni inasprimento delle condizioni di vita. La violenza del regime ne limita la capacità di reazione, attraverso la paura. Arriva però il momento in cui le condizioni richiedono una reazione, e si inizia a protestare, prima in piccoli gruppi, poi sempre in numero crescente, fino a quando il regime, impaurito e feroce, reprime nel sangue la protesta, sua potenziale nemesi. Ma la repressione violenta del dissenso pubblico può divenire la genesi della rivoluzione: il manifestante continua a protestare, con più forza e disperazione dopo ogni nuovo bagno di sangue, fino a quando non è in piedi di fronte al soldato che deve sparare sulla folla, lo guarda negli occhi, lo confronta da pari, mostra e capisce di aver vinto la paura. Il rapporto di forza cambia, non dipende solo dalle armi e dagli strumenti di offesa.
In Birmania, terra di religione e scaramanzia, dove gli oracoli vengono consultati per prendere le decisioni più importanti di governo, una profezia vuole che l'unione dei tre figli porterà il paese alla libertà: questi tre figli sono i monaci, i giovani ed i soldati. E due dei tre si stanno già unendo.
L'importanza dello sforzo del popolo birmano per la propria libertà è assoluta: dimostra l'universale tensione alla libertà e reazione all'oppressione dei popoli, contraddicendo le pretese particolaristiche avanzate da quei governi, tra cui la Cina, che vogliono bollare questi come valori occidentali, in parte alieni o non percepiti come importanti dalle poloazioni d'Asia.
Dimostra anche che non è necessaria una guerra "al terrorismo" per liberare popoli da regimi crudeli ed oppressivi, ma che servono l'informazione sulle condizioni di vita nel paese e il rifiuto della comunità internazionale di supportare in qualunque forma gli aguzzini al governo (non solo attraverso sanzioni, ma anche attraverso la cessazione di ogni cooperazione economica con i regimi fuorilegge: basti pensare che la maggior parte dei lungometraggi d'animazione visti in Europa e Nord America sono animati in Corea del Nord per sfruttare il bassissimo costo della manodopera nel paese).
Solidarietà alla lotta Birmana per la propria libertà dall'oppressione.
LINK: Corriere della Sera http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/09_Settembre/25/birmania_monaci.shtml
Repubblica http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/esteri/myanmar-aung/monaci-in-piazza/monaci-in-piazza.html
BBC (in inglese) http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/7011655.stm
Sep 14, 2007
La visione dello stato nei regimi comunisti
Le società a regime comunista, con forse la sola eccezione della Jugoslavia dagli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘90, non ricadono nella definizione di John Rawls di “società a democrazia costituzionale ragionevolmente giusta”, in quanto non ne presentano alcune delle condizioni necessarie.
La concezione politica della giustizia è viziata dalla priorità assegnata alle pretese del bene generale sulle libertà fondamentali dell’individuo; la sfera politica viene determinata da una dottrina comprensiva e quindi da idee morali non disponibili al singolo cittadino; la concezione politica esclude a priori la tolleranza, attraverso l’uso di una struttura monopartitica. Le condizioni che invece possono essere generalmente ritrovate nella struttura delle società comuniste sono la praticabilità ed applicabilità dei principi giuridici agli ordinamenti politici e sociali, il processo di acquisizione del senso di giustizia attraverso la vita sociale (in questo caso dobbiamo però notare come il pluralismo nelle istituzioni sia da intendersi sempre all’interno di un’unica e centralizzata sttruttura di potere, ovvero il partito), e l’esistenza di una condivisa concezione politica della giustizia.
Una delle caratteristiche comuni agli stati comunisti è la presenza di una propaganda a tema politico e sociale con il compito di fornire un’immagine ideale dello sttato sia verso l’interno sia all esterno di esso. Questo compito comprende una funzione di educazione alla politica, in regimi retti da una struttura creata secondo una dottrina a priori, che quindi abbisogna di essere conosciuta, accettata e seguita dall’intera popolazione. Gli strumenti della propaganda includono certamente la manipolazione della realtà, ottenuta sia attraverso uno stretto controllo dell’informazione sia attraverso l’uso di slogan ed immagini capaci di modellare la visione politica e sociale degli individui.
In questo post voglio analizzare la struttura e la morale delle società create dalle macchine propagandistiche in tre dei paesi dove questo fenomeno ha avuto maggior ripercussione, l’Unione Sovietica, la Cina maoista e la Corea del Nord, ovvero quali criteri di giustizia sociale e politica vengono seguiti nella creazione di una società ideale.
L’UNIONE SOVIETICA
L’ufficio in carica della propaganda in URSS era l’Agitprop, istituito immediatamente dopo la rivoluzione d’ottobre. Già durante la guerra civile seguita alla rivoluzione l’agitprop organizzava treni che percorrevano il paese portando in scena spettacoli teatrali a soggetto politico che illustravano alle masse illetterate la dottrina rivoluzionaria, il comunismo che Zinoviev battezzerà leninista dopo la morte del leader, e ne promettevano i vantaggi.
Il marxismo-leninismo basa la propria visione politica sul concetto di centralismo democratico, concetto che rimarrà caposaldo della politica sovietica fino alla disgregazione. Anche nella sua visione ideale questo intende un governo limitato al partito in carica, entro il quale i membri possono discutere democraticamente la via da seguire ma le cui decisioni sono incontrovertibili e debbono ricever supporto unanime. Partendo da questo punto, che la macchina propagandistica ha sempre sostenuto con estremo vigore, possiamo notare come la sfera politica rimanga la stessa nella società reale ed in quella idealizzata, fallendo quindi di soddisfare il criterio di indipendenza e pluralità ma rimanendo guidata da una dottrina comprensiva.
Per quel che riguarda l’amministrazione della giustizia, la propaganda di fatto rafforzava la priorità del bene comune rispetto ai diritti dell’individuo, anche se si sottolineavano con costanza i maggiori benefici di cui i cittadini avrebbero goduto in quanto partecipanti alla creazione di quel supremo bene comune rappresentato dal socialismo reale. Pur non soddisfando appieno il criterio secondo la teorizzazione di Rawls quindi, si potrebbe ciononostante accettare l’esperienza sovietica in questo ambito in quanto almeno nella sua versione ideale i diritti fondamentali degli individui sarebbero stati garantiti anche se in quanto parte del bene superiore da raggiungere come collettività.
Quello della tolleranza è però forse il crietrio che più diverge nella realtà e nella finzione propagandistica. Mentre il partito unico rimarrà una struttura gerarchica, poco dinamica, difficilmente permeabile dall’esterno, avvalendosi di sistemi coercitivi quali la famigerata polizia politica (KGB) e la repressione (gulag e pogrom) per mettere a tacere il dissenso e tutelare il proprio controllo assoluto sullo stato, l’immagine creata dalla macchina propagandistica cercherà di rafforzare la struttura gerarchica dal basso teorizzata da Lenin (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione) e basata sul concetto di democrazia diretta del proletariato organizzato su base locale in consigli (Soviet). E’ chiaro come la differenza sia centrale nella gestione effettiva del potere e nella possibilità di partecipazione ad esso da parte dei cittadini.
LA CINA MAOISTA
La Repubblica Popolare Cinese ha mantenuto la dottrina marxista-leninista maoista come principio guida dell’agire del partito comunista cinese dal 1949 fino alla fine della rivoluzione culturale e la morte di Mao, dopodichè questa è rimasta base teorica fondante del partito, ma è stata gradualmente sostituita nella pratica da una forma guidata di capitalismo.
La teoria si discosta dallo stalinismo sovietico in quanto assume che la rivoluzione debba cercare supporto nelle masse contadine precedentemente vittime di retaggi feudali, e che quindi necessiti per poter avere successo della guida del partito comunista, quale motore di quella che Mao chiama rivoluzione continua (Mao Zedong, Mao Zedong sixiang).
L’organo del partito destinato alla propaganda, il dipartimento centrale di partito per la comunicazione, aveva l’incarico di controllare e manipolare qualsiasi forma di comunicazione così che fosse in linea con le direttive del comitato centrale del partito, e quindi dello stesso Mao.
In questo quadro quindi l’esperienza cinese risulta ancora più estrema rispetto a quella sovietica anche sul piano ideale, in quanto la predominanza del bene comune sui diritti dell’individuo è tale che non si ritiene necessario creare delle strutture di rappresentanza diretta, benchè fittizie come nell’URSS. La RPC non utilizza elezioni come fonte di consenso, per quanto plebiscitario, nè tantomeno sostiene anche in teoria la possibilità di esistenza di dissenso o discussione all’interno della struttura di potere del partito, considerato guida infallibile ed imprescindibile del governo dello stato. Per questo neanche la propaganda fornisce una immagine del paese tale da poter soddisfare alcuno dei tre criteri comunemente diistattesi dalle società comuniste.
LA COREA DEL NORD
“Gli irredimibili erano tutti ergastolani, sapevano che non avrebbero più lasciato il campo. Non importa quanto i loro cuori avrebbero continuato a battere, o i loro polmoni a respirare, non avrebbero mai più vissuto come cittadini. I loro figli avrebbero sofferto lo stesso destino. Come la propaganda ufficiale non si stancava di ricordarci, era necessario dessiccare i semi della controrivoluzione, sradicarli, sterminarli fino all’ultimo. (Kang Chol-Hwan e Pierre Rigoulot, Les aquariums de Pyongyang)”
La Corea del Nord rappresenta un caso particolarmente interessante di uso della propaganda nnei paesi comunisti, in quanto l’azione idealizzante si dirige principalmente e con forza verso l’interno della società, per mantenerne il più assoluto controllo attraverso un filtro assoluto delle informazioni, indottrinamento politico e mortificazione dell’individuo in favore del gruppo.
Al contempo è però il paese comunista dove la propaganda differisce più radicalmente in ambito ideologico dalla realtà.
L’idea cardine del comunismo nordcoreano è la filosofia Juche (Kim Jong-il, On the Juche Idea, Definitive statement on Juche), elaborata dal leader del partito dei lavoratori Kim-Il-Sung, presidente dello stato fino alla morte nel 1994, e nata dalla necessità di mantenere una posizione di equidistanza e di indipendenza verso l’URSS e la Cina al momento dello strappo delle relazioni tra i due paesi. Le basi filosofiche dello Juche sono: l’indipendenza politica, economica e di pensiero del popolo; la necessità della politica di rispecchiare l’aspirazione ed i desideri delle masse e di coinvolgerle nella creazione della società; ma allo stesso tempo la creazione attraverso lo sforzo rivoluzionario di una società omogenea, dove la figura del leader sia assoluta e indiscussa.
E’ chiaro come ci si trovi di fronte ad una forte contraddizione, per risolvere la quale è necessario l’intervento sostanziale e pervasivo della propaganda di stato.
In questa realtà ideale, entro la quale i cittadini vengono cresciuti ed educati, Lo stato offre occasione di esprimere democraticamente la pluralità attraverso elezioni ed un parlamento multipartitico, un sistema giudiziario che si basa sui diritti dell’individuo (in quanto degno di possedere la propria indipendenza), sempre che questi non collidano con il bene superiore della società nella sua interezza, mentre i parametri che non vengono soddisfatti sono quello riguardane la tolleranza del sistema politico (ibidem), e contrariamente ad altri stati a regime comunista, l’inapplicabilità dei principi giuridici all’ordinamento politico, in quanto la struttura gerarchica del governo è per assunto indiscutibile.
In conclusione, possiamo vedere come lo sforzo di controllo dell’immagine e dell’informazione negli stati a regime comunista non sia teso ad allinearsi con un serie di valori condivisi da una società dei popoli, dei quali contraverrebbe comunque i principi, ma piuttosto a giustificare al proprio interno una condotta morale distinta da quella che Rawls definisce ragionevolmente giusta.
LINK: chi è John Rawls http://en.wikipedia.org/wiki/John_Rawls
La concezione politica della giustizia è viziata dalla priorità assegnata alle pretese del bene generale sulle libertà fondamentali dell’individuo; la sfera politica viene determinata da una dottrina comprensiva e quindi da idee morali non disponibili al singolo cittadino; la concezione politica esclude a priori la tolleranza, attraverso l’uso di una struttura monopartitica. Le condizioni che invece possono essere generalmente ritrovate nella struttura delle società comuniste sono la praticabilità ed applicabilità dei principi giuridici agli ordinamenti politici e sociali, il processo di acquisizione del senso di giustizia attraverso la vita sociale (in questo caso dobbiamo però notare come il pluralismo nelle istituzioni sia da intendersi sempre all’interno di un’unica e centralizzata sttruttura di potere, ovvero il partito), e l’esistenza di una condivisa concezione politica della giustizia.
Una delle caratteristiche comuni agli stati comunisti è la presenza di una propaganda a tema politico e sociale con il compito di fornire un’immagine ideale dello sttato sia verso l’interno sia all esterno di esso. Questo compito comprende una funzione di educazione alla politica, in regimi retti da una struttura creata secondo una dottrina a priori, che quindi abbisogna di essere conosciuta, accettata e seguita dall’intera popolazione. Gli strumenti della propaganda includono certamente la manipolazione della realtà, ottenuta sia attraverso uno stretto controllo dell’informazione sia attraverso l’uso di slogan ed immagini capaci di modellare la visione politica e sociale degli individui.
In questo post voglio analizzare la struttura e la morale delle società create dalle macchine propagandistiche in tre dei paesi dove questo fenomeno ha avuto maggior ripercussione, l’Unione Sovietica, la Cina maoista e la Corea del Nord, ovvero quali criteri di giustizia sociale e politica vengono seguiti nella creazione di una società ideale.
L’UNIONE SOVIETICA
L’ufficio in carica della propaganda in URSS era l’Agitprop, istituito immediatamente dopo la rivoluzione d’ottobre. Già durante la guerra civile seguita alla rivoluzione l’agitprop organizzava treni che percorrevano il paese portando in scena spettacoli teatrali a soggetto politico che illustravano alle masse illetterate la dottrina rivoluzionaria, il comunismo che Zinoviev battezzerà leninista dopo la morte del leader, e ne promettevano i vantaggi.
Il marxismo-leninismo basa la propria visione politica sul concetto di centralismo democratico, concetto che rimarrà caposaldo della politica sovietica fino alla disgregazione. Anche nella sua visione ideale questo intende un governo limitato al partito in carica, entro il quale i membri possono discutere democraticamente la via da seguire ma le cui decisioni sono incontrovertibili e debbono ricever supporto unanime. Partendo da questo punto, che la macchina propagandistica ha sempre sostenuto con estremo vigore, possiamo notare come la sfera politica rimanga la stessa nella società reale ed in quella idealizzata, fallendo quindi di soddisfare il criterio di indipendenza e pluralità ma rimanendo guidata da una dottrina comprensiva.
Per quel che riguarda l’amministrazione della giustizia, la propaganda di fatto rafforzava la priorità del bene comune rispetto ai diritti dell’individuo, anche se si sottolineavano con costanza i maggiori benefici di cui i cittadini avrebbero goduto in quanto partecipanti alla creazione di quel supremo bene comune rappresentato dal socialismo reale. Pur non soddisfando appieno il criterio secondo la teorizzazione di Rawls quindi, si potrebbe ciononostante accettare l’esperienza sovietica in questo ambito in quanto almeno nella sua versione ideale i diritti fondamentali degli individui sarebbero stati garantiti anche se in quanto parte del bene superiore da raggiungere come collettività.
Quello della tolleranza è però forse il crietrio che più diverge nella realtà e nella finzione propagandistica. Mentre il partito unico rimarrà una struttura gerarchica, poco dinamica, difficilmente permeabile dall’esterno, avvalendosi di sistemi coercitivi quali la famigerata polizia politica (KGB) e la repressione (gulag e pogrom) per mettere a tacere il dissenso e tutelare il proprio controllo assoluto sullo stato, l’immagine creata dalla macchina propagandistica cercherà di rafforzare la struttura gerarchica dal basso teorizzata da Lenin (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione) e basata sul concetto di democrazia diretta del proletariato organizzato su base locale in consigli (Soviet). E’ chiaro come la differenza sia centrale nella gestione effettiva del potere e nella possibilità di partecipazione ad esso da parte dei cittadini.
LA CINA MAOISTA
La Repubblica Popolare Cinese ha mantenuto la dottrina marxista-leninista maoista come principio guida dell’agire del partito comunista cinese dal 1949 fino alla fine della rivoluzione culturale e la morte di Mao, dopodichè questa è rimasta base teorica fondante del partito, ma è stata gradualmente sostituita nella pratica da una forma guidata di capitalismo.
La teoria si discosta dallo stalinismo sovietico in quanto assume che la rivoluzione debba cercare supporto nelle masse contadine precedentemente vittime di retaggi feudali, e che quindi necessiti per poter avere successo della guida del partito comunista, quale motore di quella che Mao chiama rivoluzione continua (Mao Zedong, Mao Zedong sixiang).
L’organo del partito destinato alla propaganda, il dipartimento centrale di partito per la comunicazione, aveva l’incarico di controllare e manipolare qualsiasi forma di comunicazione così che fosse in linea con le direttive del comitato centrale del partito, e quindi dello stesso Mao.
In questo quadro quindi l’esperienza cinese risulta ancora più estrema rispetto a quella sovietica anche sul piano ideale, in quanto la predominanza del bene comune sui diritti dell’individuo è tale che non si ritiene necessario creare delle strutture di rappresentanza diretta, benchè fittizie come nell’URSS. La RPC non utilizza elezioni come fonte di consenso, per quanto plebiscitario, nè tantomeno sostiene anche in teoria la possibilità di esistenza di dissenso o discussione all’interno della struttura di potere del partito, considerato guida infallibile ed imprescindibile del governo dello stato. Per questo neanche la propaganda fornisce una immagine del paese tale da poter soddisfare alcuno dei tre criteri comunemente diistattesi dalle società comuniste.
LA COREA DEL NORD
“Gli irredimibili erano tutti ergastolani, sapevano che non avrebbero più lasciato il campo. Non importa quanto i loro cuori avrebbero continuato a battere, o i loro polmoni a respirare, non avrebbero mai più vissuto come cittadini. I loro figli avrebbero sofferto lo stesso destino. Come la propaganda ufficiale non si stancava di ricordarci, era necessario dessiccare i semi della controrivoluzione, sradicarli, sterminarli fino all’ultimo. (Kang Chol-Hwan e Pierre Rigoulot, Les aquariums de Pyongyang)”
La Corea del Nord rappresenta un caso particolarmente interessante di uso della propaganda nnei paesi comunisti, in quanto l’azione idealizzante si dirige principalmente e con forza verso l’interno della società, per mantenerne il più assoluto controllo attraverso un filtro assoluto delle informazioni, indottrinamento politico e mortificazione dell’individuo in favore del gruppo.
Al contempo è però il paese comunista dove la propaganda differisce più radicalmente in ambito ideologico dalla realtà.
L’idea cardine del comunismo nordcoreano è la filosofia Juche (Kim Jong-il, On the Juche Idea, Definitive statement on Juche), elaborata dal leader del partito dei lavoratori Kim-Il-Sung, presidente dello stato fino alla morte nel 1994, e nata dalla necessità di mantenere una posizione di equidistanza e di indipendenza verso l’URSS e la Cina al momento dello strappo delle relazioni tra i due paesi. Le basi filosofiche dello Juche sono: l’indipendenza politica, economica e di pensiero del popolo; la necessità della politica di rispecchiare l’aspirazione ed i desideri delle masse e di coinvolgerle nella creazione della società; ma allo stesso tempo la creazione attraverso lo sforzo rivoluzionario di una società omogenea, dove la figura del leader sia assoluta e indiscussa.
E’ chiaro come ci si trovi di fronte ad una forte contraddizione, per risolvere la quale è necessario l’intervento sostanziale e pervasivo della propaganda di stato.
In questa realtà ideale, entro la quale i cittadini vengono cresciuti ed educati, Lo stato offre occasione di esprimere democraticamente la pluralità attraverso elezioni ed un parlamento multipartitico, un sistema giudiziario che si basa sui diritti dell’individuo (in quanto degno di possedere la propria indipendenza), sempre che questi non collidano con il bene superiore della società nella sua interezza, mentre i parametri che non vengono soddisfatti sono quello riguardane la tolleranza del sistema politico (ibidem), e contrariamente ad altri stati a regime comunista, l’inapplicabilità dei principi giuridici all’ordinamento politico, in quanto la struttura gerarchica del governo è per assunto indiscutibile.
In conclusione, possiamo vedere come lo sforzo di controllo dell’immagine e dell’informazione negli stati a regime comunista non sia teso ad allinearsi con un serie di valori condivisi da una società dei popoli, dei quali contraverrebbe comunque i principi, ma piuttosto a giustificare al proprio interno una condotta morale distinta da quella che Rawls definisce ragionevolmente giusta.
LINK: chi è John Rawls http://en.wikipedia.org/wiki/John_Rawls
Aug 18, 2007
Ma dove sono le altre foto??? Where are the images???
Ho trasferito tutte le foto degli ultimi viaggi, ovvero: Macao, Hong Kong, Pechino, Xinjiang, Asia centrale, Corea del Nord, Spagna e Portogallo in gallerie sul mio sito, www.giuseppecipriani.it
I've moved all the pictures from previous travels to my website, www.giuseppecipriani.it There you find all the pictures that used to be here, from Macao, Hong Kong, Beijing, Xinjiang, North Korea, Central Asia, Spain and Portugal
I've moved all the pictures from previous travels to my website, www.giuseppecipriani.it There you find all the pictures that used to be here, from Macao, Hong Kong, Beijing, Xinjiang, North Korea, Central Asia, Spain and Portugal
Jun 29, 2007
Game over
Fine del viaggio: verro' deportato a Roma da Tashkent lunedi' prossimo (2 luglio) in mattinata, giusto dalla tappa prima di raggiungere la sognata Samarcanda. Nel frattempo forse mi verra' permesso di lasciare l'hotel, dove per ora sono confinato. Alti e bassi di un viaggio comunque stupendo.
End of the trip: i'll be deported on monday the 2nd july from Tashkent directly to Rome, just one stop before reaching dreamt Samarkand. In the meanwhile maybe they'll allow me to leave the hotel, where for now i'm forced to stay all day. Up and downs of a trip that has been wonderful anyway.
End of the trip: i'll be deported on monday the 2nd july from Tashkent directly to Rome, just one stop before reaching dreamt Samarkand. In the meanwhile maybe they'll allow me to leave the hotel, where for now i'm forced to stay all day. Up and downs of a trip that has been wonderful anyway.
Jun 28, 2007
Imprevisti ad un passo da Samarcanda
La strada dorata non vedra' le mie orme, almeno non per ora! Per un'irregolarita' del visto saro' deportato dall'uzbekistan, quindi oggi o domani dovro' prendere l'aereo che mi portera' in azerbaijian, a baku, da dove riprendero' il viaggio verso l'iran, sempre che non mi tocchi andare a Istanbul o peggio a Roma. Questo comporta la cancellazione dall'itinerario di viaggio di samarcanda, buhara, khiva e del turmenistan! E tutto grazie all'ambasciata uzbeca a pechino, che accuratamente ha sbagliato a segnare le date di validita' del visto. Alla prossima per aggiornamenti!A tutti, comunque tutto bene, non preoccupatevi!
I'll not leave footprints along the golden road to samarkand, not for now!I'll be deported today or tomorrow from uzbekistan because of irregular visa: the embassy in beijing made a huge mistake with the dates, so in fact the validity period is already expired.... that came to the attention of the OVIR, the bureau of internal security, that gently invited me to buy a plane ticket to baku, azerbaijian, from where i'll be able to follow my trip towards iran, unless i'll be forced to get on a plane to Istanbul or, worse, Rome, missing altogether samarkand, buhara, khiva and turkmenistan! stay tuned for updates!But no worries, everything is fine and under control!
I'll not leave footprints along the golden road to samarkand, not for now!I'll be deported today or tomorrow from uzbekistan because of irregular visa: the embassy in beijing made a huge mistake with the dates, so in fact the validity period is already expired.... that came to the attention of the OVIR, the bureau of internal security, that gently invited me to buy a plane ticket to baku, azerbaijian, from where i'll be able to follow my trip towards iran, unless i'll be forced to get on a plane to Istanbul or, worse, Rome, missing altogether samarkand, buhara, khiva and turkmenistan! stay tuned for updates!But no worries, everything is fine and under control!
Jun 3, 2007
Lungo le strade del Turkestan
Lunghe distese di deserto si srotolano sotto un cielo azzurro spesso velato da nubi di sabbia, e riempiono lo spazio incorniciato dai giganteschi bastioni montuosi delle piu' alte cime del pianeta. dopo aver percorso il claustrofobico corridoio del Gansu, incastonato tra gli altopiani tibetani e le inospitali distese del gobi e della mongolia, ed aver attraversato quella porta di giada che rappresentava la fine della civilta' cinese e l'inizio delle terre dei nomadi, entrare in Xinjiang lascia spiazzati e disorientati, confonde le direzioni, e concede riferimenti sicuri solo ai propri margini, lungo i pendii del tian shan o dell'himalaya.
Ma ai bordi del temibile Taklamakan, il deserto dei demoni di sabbia, il luogo piu' inospitale al mondo, dove l'acqua che scende dai ghiacchiai settemila metri piu' in alto riesce a trovare una via che non la disperda, nascono oasi di vegetazione rigogliosa che riescono ad ospitare centinaia di migliaia di persone, che rappresentano rifugi, e la cui esistenza rende possibile il passaggio della regione, e quindi la comunicazione via terra dalla Cina all'Europa.
Ecco il cuore della via della seta, a meta' strada tra Pechino e Istanbul.
La prima di queste oasi e' Turpan, che si trova sul fondo della seconda depressione del pianeta, a centocinquanta metri sotto il livello del mare, dal quale e' anche il luogo piu' distante, racchiusa com'e' nel cuore profondo del continente asiatico.
La citta', antico centro di buddhismo convertito poi all'islam, e' anche la piu' vicina alla frontiera storica con la Cina tra quelle popolate da maggioranza uigura, la principale popolazione nella regione, di lingua e cultura turche. I viali della citta' sono addolciti da vigne, che a volte arrivano a creare vere e proprie arcate naturali, ripari contro la calura oppressiva che qui tocca cime record, fino a vertiginose temperature vicine ai 60 gradi in piena estate. L'uva e' anche il prodotto piu' apprezzato dell'oasi, ritiratasi dal ruolo di crocevia fondamentale nella comunicazione tra oriente ed occidente a quello di ingentilito villaggio rurale, dove i ritmi sono scanditi dal ciclo annuale della vigna e della seccatura dll'uva nelle apposite torri sopra le case.
Attono alla citta' il deserto, domato nei secoli con lavoro certosino e difficile: canalizzazioni sotterranee percorrono i lunghi chilometri di roccia che separano l'oasi dai pendii innevati del tian shan, a volte per oltre 40 km, e necessitano continua manutenzione che puo' essere garantita solo con antiche tecniche a lavoro manuale. Gruppi composti da due uomini ed un animale da traino seguono il percorso dei karez, immergendovisi per fissare interi blocchi di detriti e trascinarveli fuori, in modo da evitare l'ostruzione del passaggio dell'acqua. La posta in gioco e' la sporavvivenza stessa della citta', come dimostra bene l'impressionante distesa di rovine dell'antica GaoChang, citta' carovaniera sulla via della seta, ora divorata dal deserto ed abbandonata alla proria rovina.
La natura e' qui estrema, bellissima e brutale, come lungo i pendii rossi delle montagne di fuoco, che si incendiano alla luce del tramonto e rivelano le profonde gole che ne percorrono i fianchi verso il fondovalle, brulli dirupi di ghiaia, o a bezeglik, canyon incastonato tra aride montagne di sabbia rossa, dove un fiume seminascosto dona vita ad una vegetazione lussuregiante e dove, incastonate alle pareti, come santuario alla fragilita' della natura da queste parti, si trovano antiche grotte buddhiste ricoperte da pitture e statue di un tempo passato, sfregiate nei secoli dalle stesse genti che le costruirono, come sacrificio al nuovo unico dio proveniente dall'infuocata Arabia.
Il Taklamakan e' un alternarsi di macabre distese sabbiose, alte dune, vaste pietraie spazzate dal vento e catene montuose solcate da profonde ed aride gole. La strada che collega le oasi, la stessa che i mercanti attraversavano in carovane di cammelli, e' inospitale e minacciosa, ma resta quantomeno praticabile, al contrario della sovrumana vastita' dello spazio interno al deserto. La conquista dell'ovest cinese e' riuscita dal momento in cui si e' riuscito a domare proprio quel deserto che per le popolazioni locali ha sempre rappresentato isolamento e divisione. In effetti, la mentalita' uigura e' talmente legata alla realta' dell'oasi che ancora adesso nessuno si pronuncera' sui meriti o difetti degli abitanti delle altre oasi a meno che abbia avuto la possibilita' di conoscere personalmente il luogo: un modo di pensare cosi' distante dalla nostra necessita' di ricorrere a stereotipi!
E poi si arriva a Kashgar: il mitico crocevia di strade alla fine del mondo, incastonata fra le imponenti catene d'Asia ed il deserto, fiero cuore dell'indipendenza dell'Asia centrale con una storia scritta nel sangue e nelle asperita', vive oggi una feroce resistenza culturale all'occupazione cinese. Da qui e' partita l'islamizzazione dell'intero bacino del Tarim e della Cina occidentale, quindi il nazionalismo non poteva assumere altro aspetto che quello dell'islam tradizionale. I veli delle donne sono a volte teli che coprono completamente il volto, le barbe degli uomini vengono accuratamente curate ma mai rasate, creando i volti fuori dal tempo dei vecchi canuti dalla pelle consumata dalle asperita' del clima. Vecchi mestieri vengono continuati da generazioni in botteghe che tradiscono l'influenza del subcontinente indiano, e l'unica lingua che risuona tra le strette vie della citta' vecchia e' l'idioma locale.
(continua...)
Ma ai bordi del temibile Taklamakan, il deserto dei demoni di sabbia, il luogo piu' inospitale al mondo, dove l'acqua che scende dai ghiacchiai settemila metri piu' in alto riesce a trovare una via che non la disperda, nascono oasi di vegetazione rigogliosa che riescono ad ospitare centinaia di migliaia di persone, che rappresentano rifugi, e la cui esistenza rende possibile il passaggio della regione, e quindi la comunicazione via terra dalla Cina all'Europa.
Ecco il cuore della via della seta, a meta' strada tra Pechino e Istanbul.
La prima di queste oasi e' Turpan, che si trova sul fondo della seconda depressione del pianeta, a centocinquanta metri sotto il livello del mare, dal quale e' anche il luogo piu' distante, racchiusa com'e' nel cuore profondo del continente asiatico.
La citta', antico centro di buddhismo convertito poi all'islam, e' anche la piu' vicina alla frontiera storica con la Cina tra quelle popolate da maggioranza uigura, la principale popolazione nella regione, di lingua e cultura turche. I viali della citta' sono addolciti da vigne, che a volte arrivano a creare vere e proprie arcate naturali, ripari contro la calura oppressiva che qui tocca cime record, fino a vertiginose temperature vicine ai 60 gradi in piena estate. L'uva e' anche il prodotto piu' apprezzato dell'oasi, ritiratasi dal ruolo di crocevia fondamentale nella comunicazione tra oriente ed occidente a quello di ingentilito villaggio rurale, dove i ritmi sono scanditi dal ciclo annuale della vigna e della seccatura dll'uva nelle apposite torri sopra le case.
Attono alla citta' il deserto, domato nei secoli con lavoro certosino e difficile: canalizzazioni sotterranee percorrono i lunghi chilometri di roccia che separano l'oasi dai pendii innevati del tian shan, a volte per oltre 40 km, e necessitano continua manutenzione che puo' essere garantita solo con antiche tecniche a lavoro manuale. Gruppi composti da due uomini ed un animale da traino seguono il percorso dei karez, immergendovisi per fissare interi blocchi di detriti e trascinarveli fuori, in modo da evitare l'ostruzione del passaggio dell'acqua. La posta in gioco e' la sporavvivenza stessa della citta', come dimostra bene l'impressionante distesa di rovine dell'antica GaoChang, citta' carovaniera sulla via della seta, ora divorata dal deserto ed abbandonata alla proria rovina.
La natura e' qui estrema, bellissima e brutale, come lungo i pendii rossi delle montagne di fuoco, che si incendiano alla luce del tramonto e rivelano le profonde gole che ne percorrono i fianchi verso il fondovalle, brulli dirupi di ghiaia, o a bezeglik, canyon incastonato tra aride montagne di sabbia rossa, dove un fiume seminascosto dona vita ad una vegetazione lussuregiante e dove, incastonate alle pareti, come santuario alla fragilita' della natura da queste parti, si trovano antiche grotte buddhiste ricoperte da pitture e statue di un tempo passato, sfregiate nei secoli dalle stesse genti che le costruirono, come sacrificio al nuovo unico dio proveniente dall'infuocata Arabia.
Il Taklamakan e' un alternarsi di macabre distese sabbiose, alte dune, vaste pietraie spazzate dal vento e catene montuose solcate da profonde ed aride gole. La strada che collega le oasi, la stessa che i mercanti attraversavano in carovane di cammelli, e' inospitale e minacciosa, ma resta quantomeno praticabile, al contrario della sovrumana vastita' dello spazio interno al deserto. La conquista dell'ovest cinese e' riuscita dal momento in cui si e' riuscito a domare proprio quel deserto che per le popolazioni locali ha sempre rappresentato isolamento e divisione. In effetti, la mentalita' uigura e' talmente legata alla realta' dell'oasi che ancora adesso nessuno si pronuncera' sui meriti o difetti degli abitanti delle altre oasi a meno che abbia avuto la possibilita' di conoscere personalmente il luogo: un modo di pensare cosi' distante dalla nostra necessita' di ricorrere a stereotipi!
E poi si arriva a Kashgar: il mitico crocevia di strade alla fine del mondo, incastonata fra le imponenti catene d'Asia ed il deserto, fiero cuore dell'indipendenza dell'Asia centrale con una storia scritta nel sangue e nelle asperita', vive oggi una feroce resistenza culturale all'occupazione cinese. Da qui e' partita l'islamizzazione dell'intero bacino del Tarim e della Cina occidentale, quindi il nazionalismo non poteva assumere altro aspetto che quello dell'islam tradizionale. I veli delle donne sono a volte teli che coprono completamente il volto, le barbe degli uomini vengono accuratamente curate ma mai rasate, creando i volti fuori dal tempo dei vecchi canuti dalla pelle consumata dalle asperita' del clima. Vecchi mestieri vengono continuati da generazioni in botteghe che tradiscono l'influenza del subcontinente indiano, e l'unica lingua che risuona tra le strette vie della citta' vecchia e' l'idioma locale.
(continua...)
Jun 1, 2007
Ai confini della Cina: diario dal Gansu
A sud il colossale muro dell'altopiano tibetano, a nord le propaggini occidentali del Gobi e le infinite colline della Mongolia; in mezzo un corridoio spazzato dal vento, arido ed inospitale, che rappresenta pero' la frontiera occidentale della Cina degli han, e che la collega al bacino del Taklamakan, la fine del mondo, la regione degli storici nemici nomadi, i barbari dell'Asia centrale, capaci in piu' occasioni di destabilizare l'impero con le loro invasioni.
E' qui che finisce in sordina la grande muraglia, sia quella dell'imperatore ShiHuangDi che ne fu il primo architetto, sia quella piu' nota dei Ming.
Alla fine del corridoio di HeXi, dove il deserto centroasiatico fa la sua prima comparsa con il suo oceano sabbioso, sorge l'ultima porta sotto il cielo, il passaggio di giada, la fine della civilta'.
Lungo questa striscia di terra sono passate le invasioni che hanno rimodellato la psiche cinese, portando all'inevitabile conquista dei territori della frontiera occidentale da parte di imperatori interessati alla sua inportanza strategica in chiave difensiva ed al controllo delle vie carovaniere verso ovest.
Arrivare da occidente alle alte dune sabbiose di DunHuang significava raggiungere la sicurezza e la civilta', dopo un viaggio interminabile ed incredibilmente pericoloso.
Da qui Marco Polo, inevitabile compagno e metro di paragone su queste strade d'Asia, entra nel lontano Kitai, potendo ammirare la splendida oasi della luna, specchio d'acqua e vegetazione sormontato da una pagoda cinese ed incastonato tra vere montagne di sabbia.
Il veneziano, di cui si continua a dubitare la veridicita' dei racconti, l'origine e persino l'esistenza, ma che e' parte integrante della mitologia sia europea sia cinese, si fermera' anche nella attuale capitale regionale, LanZhou, placidamente adagiata lungo il; fiume giallo, torbido trasportatore di loess verso le fertili pianure orientali.
In un anno di soggiorno non avra' nulla da raccontare.
Il Gansu e' la regione piu' povera della Cina:le nuove politiche d'investimenti ne faranno presto un centro minerario, e gia' ora Lanzhou e' la capitale dell'energia nucleare del paese di mezzo, ma ancora buona parte della popolazione vive di piccoli scambi nei mercati, e non puo' sorprendere il modo in cui le principali attrazioni turistiche siano diventate macchine da denaro.
Le stupefacenti grotte buddhiste di Mogao, dove interi pezzi di storia religiosa si trovano l'uno accanto all'altro in un gigantesco alveare di cavenella parete rocciosa, passerelle e scale, demandano 3 volte tanto il prezzo d'entrata rispetto alla grande muraglia a Pechino, e le impressionanti dune attorno all'oasi della luna sono state trasformate in un luna park per i molti turisti cinesi, che con scarponcini arancioni e ombrelli colorati comprati per l'occasione appena fuori il cancello si inoltrano nelle sabbie lasciandosi tentare dalle carovane di cammelli, dalle slitte da sabbia e dalle bevande fresche sei punti di ristoro.
Qui non sono ancora approdate le campagne educative che stanno cambiando il volto di Pechino e dell'est, e si ha la sensazione di viaggiare dieci anni a ritroso nella Cina che aveva appena scoperto il liberomercato e la ricchezza.
Rumorosi sputi, calche al posto di file ordinate, veicoli che usano i marciapiedi come corsie di sorpasso sono vista comune, ma sotto le facciate decorate a mattonelle da bagno dei nuovi edifici si percepisce gia' l'eco lontano della cultura e dei colori tibetani, e del richiamo della selvaggia Asia Centrale
E' qui che finisce in sordina la grande muraglia, sia quella dell'imperatore ShiHuangDi che ne fu il primo architetto, sia quella piu' nota dei Ming.
Alla fine del corridoio di HeXi, dove il deserto centroasiatico fa la sua prima comparsa con il suo oceano sabbioso, sorge l'ultima porta sotto il cielo, il passaggio di giada, la fine della civilta'.
Lungo questa striscia di terra sono passate le invasioni che hanno rimodellato la psiche cinese, portando all'inevitabile conquista dei territori della frontiera occidentale da parte di imperatori interessati alla sua inportanza strategica in chiave difensiva ed al controllo delle vie carovaniere verso ovest.
Arrivare da occidente alle alte dune sabbiose di DunHuang significava raggiungere la sicurezza e la civilta', dopo un viaggio interminabile ed incredibilmente pericoloso.
Da qui Marco Polo, inevitabile compagno e metro di paragone su queste strade d'Asia, entra nel lontano Kitai, potendo ammirare la splendida oasi della luna, specchio d'acqua e vegetazione sormontato da una pagoda cinese ed incastonato tra vere montagne di sabbia.
Il veneziano, di cui si continua a dubitare la veridicita' dei racconti, l'origine e persino l'esistenza, ma che e' parte integrante della mitologia sia europea sia cinese, si fermera' anche nella attuale capitale regionale, LanZhou, placidamente adagiata lungo il; fiume giallo, torbido trasportatore di loess verso le fertili pianure orientali.
In un anno di soggiorno non avra' nulla da raccontare.
Il Gansu e' la regione piu' povera della Cina:le nuove politiche d'investimenti ne faranno presto un centro minerario, e gia' ora Lanzhou e' la capitale dell'energia nucleare del paese di mezzo, ma ancora buona parte della popolazione vive di piccoli scambi nei mercati, e non puo' sorprendere il modo in cui le principali attrazioni turistiche siano diventate macchine da denaro.
Le stupefacenti grotte buddhiste di Mogao, dove interi pezzi di storia religiosa si trovano l'uno accanto all'altro in un gigantesco alveare di cavenella parete rocciosa, passerelle e scale, demandano 3 volte tanto il prezzo d'entrata rispetto alla grande muraglia a Pechino, e le impressionanti dune attorno all'oasi della luna sono state trasformate in un luna park per i molti turisti cinesi, che con scarponcini arancioni e ombrelli colorati comprati per l'occasione appena fuori il cancello si inoltrano nelle sabbie lasciandosi tentare dalle carovane di cammelli, dalle slitte da sabbia e dalle bevande fresche sei punti di ristoro.
Qui non sono ancora approdate le campagne educative che stanno cambiando il volto di Pechino e dell'est, e si ha la sensazione di viaggiare dieci anni a ritroso nella Cina che aveva appena scoperto il liberomercato e la ricchezza.
Rumorosi sputi, calche al posto di file ordinate, veicoli che usano i marciapiedi come corsie di sorpasso sono vista comune, ma sotto le facciate decorate a mattonelle da bagno dei nuovi edifici si percepisce gia' l'eco lontano della cultura e dei colori tibetani, e del richiamo della selvaggia Asia Centrale
May 24, 2007
Mostra alla libreria De Amicis, Genova
Apr 27, 2007
Apr 9, 2007
Subscribe to:
Posts (Atom)




