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Sep 8, 2010

Yangshuo and the Li river (Guilin)

Snake blood medicine, Baisha market


Cormorant fishing in Yangshuo




The Li river and the famous mountainscape of Guilin



The Terracotta Army in Xi'An

Egg kebab at the muslim quarter in Xi 'An


The Terracotta Army




PingYao














Beijing












Great Wall at Jingshanling



798 Art District




Apr 19, 2010

La transizione completata

In un paese enorme come a Cina, infrastrutture in grado di accorciare le distanze interne sono una delle chiavi del processo di sviluppo.
Il treno veloce tra Pechino e Canton, per risparmiare un totale di 2 ore e 30 sul tragitto, è stato progettato per non fermarsi alle stazioni, ma con un sistema di interscambio di carrelli sospesi per le operazioni di imbarco e sbarco dei passeggeri.

30 stazioni sulla linea, tempo medio di fermata per stazione 5 minuti, totale risparmio 2h30 appunto, più l'energia dei processi di decelerazione ed accelerazione.

E' con questo tipo di produzioni che la Cina si affaccia al mondo dopo le trionfali olimpiadi del 2008: l'associazione del marchio Made in China con prodotti di bassa qualità sta per diventare eredità del passato.

Mar 22, 2010

Il grande timoniere

Nov 28, 2007

Luoghi comuni e responsabilità energetiche

Entro il 2020, secondo un rapporto del World Watch Institute, il 20% dell'energia usata in Cina proverrà da fonti rinnovabili: energia solare, idroelettrica, eolica.
E' una percentuale altissima, che porterà il paese al primo posto a livello mondiale in questa speciale classifica.
E significa anche che la presa di posizione ambientalista dei dirigenti del partito non era un bluff, ma sta effettivamente cambiando la geografia energetica del gigante asiatico.
Questi dati rappresentano il colpo di grazia per le posizioni dominanti in occidente sul problema dell'energia pulita: se la Cina, finora il grande capro espiatorio, è in così poco tempo riuscita a riconvertire buona parte della propria produzione energetica, significa che anche la produzione di gas serra in Europa potrebbe a breve superare quella cinese, e diventare la seconda regione per emissioni dopo gli Stati Uniti: se poi consideriamo che le emissioni pro capite di gas serra, vediamo che i cittadini nordamericani producono dieci volte più di cinesi o indiani, e gli europei tra le 7 e le 9 volte a seconda del paese d'origine.
Anche l'alibi cinese è saltato: siamo noi i primi responsabili dei problemi ambientali del pianeta, e dobbiamo assumercene le responsabilità riducendo drasticamente il nostro forsennato regime di consumi.
Per quel che riguarda la Cina invece, dall'oriente è arrivata una prova di maturità da grande potenza mondiale, in grado di giustificare e supportare le ambizioni del paese di proporsi come modello a livello mondiale nei prossimi decenni.

Centrale eolica vicino ad Urumqi, Cina occidentale


Fonti: dati provenienti dal World Watch institute

Oct 21, 2007

Rivoluzioni di monaci e filtri all'informazione

La scorsa settimana, dopo la visita del Dalai Lama alla Casa Bianca per ricevere un'alta onorificenza dal governo americano, nel monastero di Drepung a Lhasa i monaci hanno iniziato a ridecorare la sala del loro capo spirituale, per onorarlo e manifestare il loro supporto alla causa del loro popolo. L'azione, illegale in Cina dal momento della fuga del sant'uomo in India quasi 50 anni fa, ha ovviamente portato ad una repressione da parte dell'esercito cinese, schierato a migliaia attorno ai centri religiosi tibetani.
L'esercito del popolo, mentre a Pechino si teneva il congresso del partito comunista, ha chiuso l'importante monastero di Drepung, reprimendo quella che indubbiamente era una forte provocazione.
Dopo le vicende birmane la Cina ha paura delle azioni non violente ma provocatorie dei monaci buddhisti: non a caso la scelta di non intervenire contro la repressione in Birmania da parte del governo di Pechino, costata piuttosto caro in termini di immagine, è da interpretare alla luce della paura di una propagazione alla sua irrequieta provincia himalayana delle richieste di democratizzazione, tanto più che i tibetani ed i birmani sono anche etnicamente affini.
La cosa sorprendente e disarmante è il silenzio mediatico sugli eventi: come mai una notizia legata a monaci dimostranti, così simile a quelle che hanno catalizzato l'attenzione su Rangoon, viene così completamente ignorata, quando chiaramente potrebbe stimolare l'attenzione del pubblico occidentale, anche grazie alla simpatia diffusa per la causa tibetana? Forse è questa la risposta: gli Stati Uniti, e con loro i governi occidentali, non possono permettersi di stuzzicare ulteriormente la Cina su questioni che evidentemente possono innervosirne il governo, in un momento in cui l'appoggio di Pechino su fronti ben più importanti come l'imminente risoluzione sul Kosovo, il disarmo nordcoreano e il nucleare iraniano è tanto essenziale quanto difficile da ottenere.
Spaventa vedere come chiare ragioni politiche siano così fortemente alla base del processo di scelta e censura delle informazioni.

LINK: http://www.corriere.it/ultima_ora/detail.jsp?id={6D57D555-85E3-41FF-ACE3-027BE8C6EE47}
http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/7057073.stm

Sep 14, 2007

La visione dello stato nei regimi comunisti

Le società a regime comunista, con forse la sola eccezione della Jugoslavia dagli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘90, non ricadono nella definizione di John Rawls di “società a democrazia costituzionale ragionevolmente giusta”, in quanto non ne presentano alcune delle condizioni necessarie.
La concezione politica della giustizia è viziata dalla priorità assegnata alle pretese del bene generale sulle libertà fondamentali dell’individuo; la sfera politica viene determinata da una dottrina comprensiva e quindi da idee morali non disponibili al singolo cittadino; la concezione politica esclude a priori la tolleranza, attraverso l’uso di una struttura monopartitica. Le condizioni che invece possono essere generalmente ritrovate nella struttura delle società comuniste sono la praticabilità ed applicabilità dei principi giuridici agli ordinamenti politici e sociali, il processo di acquisizione del senso di giustizia attraverso la vita sociale (in questo caso dobbiamo però notare come il pluralismo nelle istituzioni sia da intendersi sempre all’interno di un’unica e centralizzata sttruttura di potere, ovvero il partito), e l’esistenza di una condivisa concezione politica della giustizia.

Una delle caratteristiche comuni agli stati comunisti è la presenza di una propaganda a tema politico e sociale con il compito di fornire un’immagine ideale dello sttato sia verso l’interno sia all esterno di esso. Questo compito comprende una funzione di educazione alla politica, in regimi retti da una struttura creata secondo una dottrina a priori, che quindi abbisogna di essere conosciuta, accettata e seguita dall’intera popolazione. Gli strumenti della propaganda includono certamente la manipolazione della realtà, ottenuta sia attraverso uno stretto controllo dell’informazione sia attraverso l’uso di slogan ed immagini capaci di modellare la visione politica e sociale degli individui.
In questo post voglio analizzare la struttura e la morale delle società create dalle macchine propagandistiche in tre dei paesi dove questo fenomeno ha avuto maggior ripercussione, l’Unione Sovietica, la Cina maoista e la Corea del Nord, ovvero quali criteri di giustizia sociale e politica vengono seguiti nella creazione di una società ideale.

L’UNIONE SOVIETICA
L’ufficio in carica della propaganda in URSS era l’Agitprop, istituito immediatamente dopo la rivoluzione d’ottobre. Già durante la guerra civile seguita alla rivoluzione l’agitprop organizzava treni che percorrevano il paese portando in scena spettacoli teatrali a soggetto politico che illustravano alle masse illetterate la dottrina rivoluzionaria, il comunismo che Zinoviev battezzerà leninista dopo la morte del leader, e ne promettevano i vantaggi.
Il marxismo-leninismo basa la propria visione politica sul concetto di centralismo democratico, concetto che rimarrà caposaldo della politica sovietica fino alla disgregazione. Anche nella sua visione ideale questo intende un governo limitato al partito in carica, entro il quale i membri possono discutere democraticamente la via da seguire ma le cui decisioni sono incontrovertibili e debbono ricever supporto unanime. Partendo da questo punto, che la macchina propagandistica ha sempre sostenuto con estremo vigore, possiamo notare come la sfera politica rimanga la stessa nella società reale ed in quella idealizzata, fallendo quindi di soddisfare il criterio di indipendenza e pluralità ma rimanendo guidata da una dottrina comprensiva.
Per quel che riguarda l’amministrazione della giustizia, la propaganda di fatto rafforzava la priorità del bene comune rispetto ai diritti dell’individuo, anche se si sottolineavano con costanza i maggiori benefici di cui i cittadini avrebbero goduto in quanto partecipanti alla creazione di quel supremo bene comune rappresentato dal socialismo reale. Pur non soddisfando appieno il criterio secondo la teorizzazione di Rawls quindi, si potrebbe ciononostante accettare l’esperienza sovietica in questo ambito in quanto almeno nella sua versione ideale i diritti fondamentali degli individui sarebbero stati garantiti anche se in quanto parte del bene superiore da raggiungere come collettività.
Quello della tolleranza è però forse il crietrio che più diverge nella realtà e nella finzione propagandistica. Mentre il partito unico rimarrà una struttura gerarchica, poco dinamica, difficilmente permeabile dall’esterno, avvalendosi di sistemi coercitivi quali la famigerata polizia politica (KGB) e la repressione (gulag e pogrom) per mettere a tacere il dissenso e tutelare il proprio controllo assoluto sullo stato, l’immagine creata dalla macchina propagandistica cercherà di rafforzare la struttura gerarchica dal basso teorizzata da Lenin (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione) e basata sul concetto di democrazia diretta del proletariato organizzato su base locale in consigli (Soviet). E’ chiaro come la differenza sia centrale nella gestione effettiva del potere e nella possibilità di partecipazione ad esso da parte dei cittadini.

LA CINA MAOISTA
La Repubblica Popolare Cinese ha mantenuto la dottrina marxista-leninista maoista come principio guida dell’agire del partito comunista cinese dal 1949 fino alla fine della rivoluzione culturale e la morte di Mao, dopodichè questa è rimasta base teorica fondante del partito, ma è stata gradualmente sostituita nella pratica da una forma guidata di capitalismo.
La teoria si discosta dallo stalinismo sovietico in quanto assume che la rivoluzione debba cercare supporto nelle masse contadine precedentemente vittime di retaggi feudali, e che quindi necessiti per poter avere successo della guida del partito comunista, quale motore di quella che Mao chiama rivoluzione continua (Mao Zedong, Mao Zedong sixiang).
L’organo del partito destinato alla propaganda, il dipartimento centrale di partito per la comunicazione, aveva l’incarico di controllare e manipolare qualsiasi forma di comunicazione così che fosse in linea con le direttive del comitato centrale del partito, e quindi dello stesso Mao.
In questo quadro quindi l’esperienza cinese risulta ancora più estrema rispetto a quella sovietica anche sul piano ideale, in quanto la predominanza del bene comune sui diritti dell’individuo è tale che non si ritiene necessario creare delle strutture di rappresentanza diretta, benchè fittizie come nell’URSS. La RPC non utilizza elezioni come fonte di consenso, per quanto plebiscitario, nè tantomeno sostiene anche in teoria la possibilità di esistenza di dissenso o discussione all’interno della struttura di potere del partito, considerato guida infallibile ed imprescindibile del governo dello stato. Per questo neanche la propaganda fornisce una immagine del paese tale da poter soddisfare alcuno dei tre criteri comunemente diistattesi dalle società comuniste.

LA COREA DEL NORD
“Gli irredimibili erano tutti ergastolani, sapevano che non avrebbero più lasciato il campo. Non importa quanto i loro cuori avrebbero continuato a battere, o i loro polmoni a respirare, non avrebbero mai più vissuto come cittadini. I loro figli avrebbero sofferto lo stesso destino. Come la propaganda ufficiale non si stancava di ricordarci, era necessario dessiccare i semi della controrivoluzione, sradicarli, sterminarli fino all’ultimo. (Kang Chol-Hwan e Pierre Rigoulot, Les aquariums de Pyongyang)”
La Corea del Nord rappresenta un caso particolarmente interessante di uso della propaganda nnei paesi comunisti, in quanto l’azione idealizzante si dirige principalmente e con forza verso l’interno della società, per mantenerne il più assoluto controllo attraverso un filtro assoluto delle informazioni, indottrinamento politico e mortificazione dell’individuo in favore del gruppo.
Al contempo è però il paese comunista dove la propaganda differisce più radicalmente in ambito ideologico dalla realtà.
L’idea cardine del comunismo nordcoreano è la filosofia Juche (Kim Jong-il, On the Juche Idea, Definitive statement on Juche), elaborata dal leader del partito dei lavoratori Kim-Il-Sung, presidente dello stato fino alla morte nel 1994, e nata dalla necessità di mantenere una posizione di equidistanza e di indipendenza verso l’URSS e la Cina al momento dello strappo delle relazioni tra i due paesi. Le basi filosofiche dello Juche sono: l’indipendenza politica, economica e di pensiero del popolo; la necessità della politica di rispecchiare l’aspirazione ed i desideri delle masse e di coinvolgerle nella creazione della società; ma allo stesso tempo la creazione attraverso lo sforzo rivoluzionario di una società omogenea, dove la figura del leader sia assoluta e indiscussa.
E’ chiaro come ci si trovi di fronte ad una forte contraddizione, per risolvere la quale è necessario l’intervento sostanziale e pervasivo della propaganda di stato.
In questa realtà ideale, entro la quale i cittadini vengono cresciuti ed educati, Lo stato offre occasione di esprimere democraticamente la pluralità attraverso elezioni ed un parlamento multipartitico, un sistema giudiziario che si basa sui diritti dell’individuo (in quanto degno di possedere la propria indipendenza), sempre che questi non collidano con il bene superiore della società nella sua interezza, mentre i parametri che non vengono soddisfatti sono quello riguardane la tolleranza del sistema politico (ibidem), e contrariamente ad altri stati a regime comunista, l’inapplicabilità dei principi giuridici all’ordinamento politico, in quanto la struttura gerarchica del governo è per assunto indiscutibile.
In conclusione, possiamo vedere come lo sforzo di controllo dell’immagine e dell’informazione negli stati a regime comunista non sia teso ad allinearsi con un serie di valori condivisi da una società dei popoli, dei quali contraverrebbe comunque i principi, ma piuttosto a giustificare al proprio interno una condotta morale distinta da quella che Rawls definisce ragionevolmente giusta.

LINK: chi è John Rawls http://en.wikipedia.org/wiki/John_Rawls

Jun 3, 2007

Lungo le strade del Turkestan

Lunghe distese di deserto si srotolano sotto un cielo azzurro spesso velato da nubi di sabbia, e riempiono lo spazio incorniciato dai giganteschi bastioni montuosi delle piu' alte cime del pianeta. dopo aver percorso il claustrofobico corridoio del Gansu, incastonato tra gli altopiani tibetani e le inospitali distese del gobi e della mongolia, ed aver attraversato quella porta di giada che rappresentava la fine della civilta' cinese e l'inizio delle terre dei nomadi, entrare in Xinjiang lascia spiazzati e disorientati, confonde le direzioni, e concede riferimenti sicuri solo ai propri margini, lungo i pendii del tian shan o dell'himalaya.
Ma ai bordi del temibile Taklamakan, il deserto dei demoni di sabbia, il luogo piu' inospitale al mondo, dove l'acqua che scende dai ghiacchiai settemila metri piu' in alto riesce a trovare una via che non la disperda, nascono oasi di vegetazione rigogliosa che riescono ad ospitare centinaia di migliaia di persone, che rappresentano rifugi, e la cui esistenza rende possibile il passaggio della regione, e quindi la comunicazione via terra dalla Cina all'Europa.
Ecco il cuore della via della seta, a meta' strada tra Pechino e Istanbul.

La prima di queste oasi e' Turpan, che si trova sul fondo della seconda depressione del pianeta, a centocinquanta metri sotto il livello del mare, dal quale e' anche il luogo piu' distante, racchiusa com'e' nel cuore profondo del continente asiatico.
La citta', antico centro di buddhismo convertito poi all'islam, e' anche la piu' vicina alla frontiera storica con la Cina tra quelle popolate da maggioranza uigura, la principale popolazione nella regione, di lingua e cultura turche. I viali della citta' sono addolciti da vigne, che a volte arrivano a creare vere e proprie arcate naturali, ripari contro la calura oppressiva che qui tocca cime record, fino a vertiginose temperature vicine ai 60 gradi in piena estate. L'uva e' anche il prodotto piu' apprezzato dell'oasi, ritiratasi dal ruolo di crocevia fondamentale nella comunicazione tra oriente ed occidente a quello di ingentilito villaggio rurale, dove i ritmi sono scanditi dal ciclo annuale della vigna e della seccatura dll'uva nelle apposite torri sopra le case.
Attono alla citta' il deserto, domato nei secoli con lavoro certosino e difficile: canalizzazioni sotterranee percorrono i lunghi chilometri di roccia che separano l'oasi dai pendii innevati del tian shan, a volte per oltre 40 km, e necessitano continua manutenzione che puo' essere garantita solo con antiche tecniche a lavoro manuale. Gruppi composti da due uomini ed un animale da traino seguono il percorso dei karez, immergendovisi per fissare interi blocchi di detriti e trascinarveli fuori, in modo da evitare l'ostruzione del passaggio dell'acqua. La posta in gioco e' la sporavvivenza stessa della citta', come dimostra bene l'impressionante distesa di rovine dell'antica GaoChang, citta' carovaniera sulla via della seta, ora divorata dal deserto ed abbandonata alla proria rovina.
La natura e' qui estrema, bellissima e brutale, come lungo i pendii rossi delle montagne di fuoco, che si incendiano alla luce del tramonto e rivelano le profonde gole che ne percorrono i fianchi verso il fondovalle, brulli dirupi di ghiaia, o a bezeglik, canyon incastonato tra aride montagne di sabbia rossa, dove un fiume seminascosto dona vita ad una vegetazione lussuregiante e dove, incastonate alle pareti, come santuario alla fragilita' della natura da queste parti, si trovano antiche grotte buddhiste ricoperte da pitture e statue di un tempo passato, sfregiate nei secoli dalle stesse genti che le costruirono, come sacrificio al nuovo unico dio proveniente dall'infuocata Arabia.

Il Taklamakan e' un alternarsi di macabre distese sabbiose, alte dune, vaste pietraie spazzate dal vento e catene montuose solcate da profonde ed aride gole. La strada che collega le oasi, la stessa che i mercanti attraversavano in carovane di cammelli, e' inospitale e minacciosa, ma resta quantomeno praticabile, al contrario della sovrumana vastita' dello spazio interno al deserto. La conquista dell'ovest cinese e' riuscita dal momento in cui si e' riuscito a domare proprio quel deserto che per le popolazioni locali ha sempre rappresentato isolamento e divisione. In effetti, la mentalita' uigura e' talmente legata alla realta' dell'oasi che ancora adesso nessuno si pronuncera' sui meriti o difetti degli abitanti delle altre oasi a meno che abbia avuto la possibilita' di conoscere personalmente il luogo: un modo di pensare cosi' distante dalla nostra necessita' di ricorrere a stereotipi!

E poi si arriva a Kashgar: il mitico crocevia di strade alla fine del mondo, incastonata fra le imponenti catene d'Asia ed il deserto, fiero cuore dell'indipendenza dell'Asia centrale con una storia scritta nel sangue e nelle asperita', vive oggi una feroce resistenza culturale all'occupazione cinese. Da qui e' partita l'islamizzazione dell'intero bacino del Tarim e della Cina occidentale, quindi il nazionalismo non poteva assumere altro aspetto che quello dell'islam tradizionale. I veli delle donne sono a volte teli che coprono completamente il volto, le barbe degli uomini vengono accuratamente curate ma mai rasate, creando i volti fuori dal tempo dei vecchi canuti dalla pelle consumata dalle asperita' del clima. Vecchi mestieri vengono continuati da generazioni in botteghe che tradiscono l'influenza del subcontinente indiano, e l'unica lingua che risuona tra le strette vie della citta' vecchia e' l'idioma locale.
(continua...)

Jun 1, 2007

Ai confini della Cina: diario dal Gansu

A sud il colossale muro dell'altopiano tibetano, a nord le propaggini occidentali del Gobi e le infinite colline della Mongolia; in mezzo un corridoio spazzato dal vento, arido ed inospitale, che rappresenta pero' la frontiera occidentale della Cina degli han, e che la collega al bacino del Taklamakan, la fine del mondo, la regione degli storici nemici nomadi, i barbari dell'Asia centrale, capaci in piu' occasioni di destabilizare l'impero con le loro invasioni.
E' qui che finisce in sordina la grande muraglia, sia quella dell'imperatore ShiHuangDi che ne fu il primo architetto, sia quella piu' nota dei Ming.
Alla fine del corridoio di HeXi, dove il deserto centroasiatico fa la sua prima comparsa con il suo oceano sabbioso, sorge l'ultima porta sotto il cielo, il passaggio di giada, la fine della civilta'.
Lungo questa striscia di terra sono passate le invasioni che hanno rimodellato la psiche cinese, portando all'inevitabile conquista dei territori della frontiera occidentale da parte di imperatori interessati alla sua inportanza strategica in chiave difensiva ed al controllo delle vie carovaniere verso ovest.
Arrivare da occidente alle alte dune sabbiose di DunHuang significava raggiungere la sicurezza e la civilta', dopo un viaggio interminabile ed incredibilmente pericoloso.
Da qui Marco Polo, inevitabile compagno e metro di paragone su queste strade d'Asia, entra nel lontano Kitai, potendo ammirare la splendida oasi della luna, specchio d'acqua e vegetazione sormontato da una pagoda cinese ed incastonato tra vere montagne di sabbia.
Il veneziano, di cui si continua a dubitare la veridicita' dei racconti, l'origine e persino l'esistenza, ma che e' parte integrante della mitologia sia europea sia cinese, si fermera' anche nella attuale capitale regionale, LanZhou, placidamente adagiata lungo il; fiume giallo, torbido trasportatore di loess verso le fertili pianure orientali.
In un anno di soggiorno non avra' nulla da raccontare.
Il Gansu e' la regione piu' povera della Cina:le nuove politiche d'investimenti ne faranno presto un centro minerario, e gia' ora Lanzhou e' la capitale dell'energia nucleare del paese di mezzo, ma ancora buona parte della popolazione vive di piccoli scambi nei mercati, e non puo' sorprendere il modo in cui le principali attrazioni turistiche siano diventate macchine da denaro.
Le stupefacenti grotte buddhiste di Mogao, dove interi pezzi di storia religiosa si trovano l'uno accanto all'altro in un gigantesco alveare di cavenella parete rocciosa, passerelle e scale, demandano 3 volte tanto il prezzo d'entrata rispetto alla grande muraglia a Pechino, e le impressionanti dune attorno all'oasi della luna sono state trasformate in un luna park per i molti turisti cinesi, che con scarponcini arancioni e ombrelli colorati comprati per l'occasione appena fuori il cancello si inoltrano nelle sabbie lasciandosi tentare dalle carovane di cammelli, dalle slitte da sabbia e dalle bevande fresche sei punti di ristoro.
Qui non sono ancora approdate le campagne educative che stanno cambiando il volto di Pechino e dell'est, e si ha la sensazione di viaggiare dieci anni a ritroso nella Cina che aveva appena scoperto il liberomercato e la ricchezza.
Rumorosi sputi, calche al posto di file ordinate, veicoli che usano i marciapiedi come corsie di sorpasso sono vista comune, ma sotto le facciate decorate a mattonelle da bagno dei nuovi edifici si percepisce gia' l'eco lontano della cultura e dei colori tibetani, e del richiamo della selvaggia Asia Centrale

Apr 9, 2007

 
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